L’imprenditore Brunello Cucinelli, patron di uno dei brand più famoso nel settore della moda, sembra essere uno dei pochi imprenditori italiani illuminati che ha saputo trasformare la cultura e l’artigianato nostrani nella fonte del suo successo e di quello delle sue maestranze. Un esempio di coerenza da seguire.
È indiscutibile. L’argomento Brunello Cucinelli offre numerose chiavi di interesse, e altrettante interpretazioni: un umanista potrebbe parlare di come la sua figura sia uno dei pochi e rari esempi di resistenza in un mondo disumanizzato; un esperto di finanza evidenzierebbe i risultati positivi della Società con una performance a un mese del +19.34%; un aziendalista metterebbe invece in luce come la filosofia collaborativa può costituire, in determinati settori, lo stile di leadership più adeguato; un uomo di comunicazione invece sottolineerebbe come ogni elemento della Brunello Cucinelli indirizzi un messaggio chiaro ed identificabile, e di come il leader della società con il suo atteggiamento pacato, riflessivo, sia al contempo un richiamo alla caratteristica principale del suo prodotto e un processo di sublimazione di tali caratteristiche in un set di valori immateriali desiderabili.
In realtà Brunello Cucinelli è tutto questo, e anche di più: è un uomo coerente. E questa è una qualità che, oggi, non risulta nel novero delle più inflazionate. Cucinelli è un uomo che riflette il pensiero di chi crede che un industriale non debba necessariamente rispondere allo stereotipo dell’uomo senza scrupoli, come magistralmente disegnato da Risi e Gassman ne In Nome del Popolo Italiano. Un industriale, e più in generale un imprenditore, è, o dovrebbe essere, un uomo che ha una propria visione del mondo. E questo è un punto centrale. È questo il setaccio che separa l’imprenditore dal mercante, cui Baudelaire ha dedicato una sua invettiva.
Una visione del mondo, appunto, che sia chiara e definita attraverso azioni che ne illustrino e ne confermino il pensiero, e la visione del mondo di Cucinelli è una visione in cui la cultura rappresenta lo strumento più efficace per elevare la propria esistenza, una cultura di cui lui si fa “custode e non proprietario” perché così possa essere trasmessa al futuro.
Ma la cultura non è solo quella dei libri, cui Cucinelli dedica molta attenzione, è anche il culto della Bellezza, dell’arte, che rende l’esistenza umana e il lavoro più nobile. E in questo, l’uomo Cucinelli, sembra arrivare da molto lontano nel tempo per impartire una lezione di contemporaneità.
“Il lavoro, specialmente quello artigianale, è un lavoro molto duro, ripetitivo, quindi convincere un giovane di 25 anni a lavorare in un’impresa e fare il sarto, magari per mille euro al mese, è molto difficile. Perché non può essere il sogno di un genitore che il figlio faccia il sarto”.
Questo è vero per tutto il comparto artigianale che soffre una grave carenza di ricambio generazionale, e che ha perso negli ultimi decenni molta attrattività, ma che rimane comunque uno dei fattori più importanti di quel nostroMade in Italy, che senza quel sapere artigiano, diviene semplicemente un’etichetta senza senso, un brand senza autenticità.
Questo è vero per tutto il comparto artigianale che soffre una grave carenza di ricambio generazionale, e che ha perso negli ultimi decenni molta attrattività, ma che rimane comunque uno dei fattori più importanti di quel nostroMade in Italy, che senza quel sapere artigiano, diviene semplicemente un’etichetta senza senso, un brand senza autenticità.
Ed ecco che Cucinelli mostra come la cultura, la coerenza umana ed imprenditoriale, siano una delle poche soluzioni per uscire da una crisi di un comparto fondamentale per il nostro sistema Paese: “Io penso di fare ciò che faceva Lorenzo il Magnifico quando considerava gli artigiani fratelli dei grandi artisti, penso ad una artigianalità italiana che ha bisogno di maghi umani, che debbano lavorare in luoghi particolarmente belli.”
E allora la visione del mondo prende forma nelle numerose attività che la Fondazione aziendale pone in essere grazie a parte dei ricavi dell’attività d’impresa, per perseguire una “cultura dello studio e delle ricerche di un moderno umanesimo artigianale, che recuperi i valori dello spirito, l’autenticità della prassi quotidiana tra lavoro, famiglia e ricreazione”: il Foro delle Arti, l’Accademia Umanistica, l’Anfiteatro, il Giardino dei Filosofi, e il recente Progetto per la Bellezza, che trasformerà il Borgo di Solomeo, in tre parchi, uno dedicato all’industria, uno ad un oratorio laico, e l’ultimo al mondo agrario.
Brunello Cucinelli non sarebbe ciò che è senza la sua “cultura”, che gli ha permesso di creare uno dei pochi brand del lusso rimasti di proprietà italiana, che gli ha concesso di aprire boutique in tutto il mondo, e di registrare successi economici globali.
Brunello Cucinelli non sarebbe ciò che è senza la sua “cultura”, che gli ha permesso di creare uno dei pochi brand del lusso rimasti di proprietà italiana, che gli ha concesso di aprire boutique in tutto il mondo, e di registrare successi economici globali.
Che si condivida o meno lo stile di questa vocazione, la lezione che dovremmo apprendere è che “cultura crea sviluppo” non è uno slogan, non è una bella frase da dire in interviste e talk-show: è un impegno reale, economico e personale, è il frutto di una visione del mondo che comprende ma non si esaurisce nei ritorni monetari, ed è una battaglia che vale la pena combattere.
Chi sostiene questa posizione soltanto perché oggi è importante mostrarsi sensibili a questi temi, senza avallare le proprie dichiarazioni con azioni concrete, non solo offende sé stesso, ma offende anche chi, invece, mostra che questo percorso, che richiede coerenza e dedizione, è un percorso di successo.
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