domenica 18 gennaio 2015

Omt e quantitative easing: cosa sono & La Svizzera e i giochi sul franco

C’è chi lo apostrofò come “il discorso del re”. Sarà perché si tenne a Londra come quello cult pronunciato da un magistrale Colin Firth nei panni di re Giorgio VI nell’omonima pellicola di Tom Hooper valsagli pure la statuetta più ambita (più una valanga di altri premi). Era il 26 luglio 2012 quando Super Mario Draghi, patron della Bce, disse la fatidica frase “whatever it takes” scolpendo così nella pietra l’obiettivo del suo mandato: fare “tutto quello che è necessario” per salvare l’euro. E pazienza per i “nein” dei tedeschi (quello era il sottotitolo).



Ora, a due anni e più di distanza, a fornirgli un formidabile assist perché possa proseguire su quella strada è stata la corte di giustizia Ue. Le toghe di Lussemburgo, interrogate proprio dai tedeschi nel tentativo di bloccare le manovre “non convenzionali” di Draghi, hanno invece acceso il semaforo verde. E, anzi, l’avvocato generale della Corte Ue Pedro Cruz Villalòn si è concesso pure una tirata d’orecchie ai “colleghi” della Corte costituzionale tedesca parlando della necessità per i tribunali di usare “moderazione” nel controllare l’attività della Bce perché “mancano della specializzazione” necessaria. In soldoni: almeno da questo episodio Merkel & co ne escono cornuti e mazziati.Ma quale era la disputa sul tavolo e perché questo parere (non vincolante per altro) è così importante? Nel mirino dei tedeschi c’era il programma Omt varato all’indomani del discorso di Londra ma – udite, udite - mai attuato! Non importa, a quanto pare. Lo strumento c’era e andava bloccato! Omt sta per Outright Monetary Transactions, letteralmente “operazioni monetarie definitive”. Roba più o meno impronunciabile, insomma, ma in soldoni significa una cosa semplice: è l’acquisto diretto da parte della Bce di titoli di stato a breve termine emessi da Paesi in difficoltà macroeconomica grave e conclamata. A una condizione: il Paese in questione deve avere prima avviato un programma di risanamento sotto l’egida del Mes, ossia il Meccanismo europeo di stabilità (detto anche fondo salva-Stati).Ma, al di là dello strumento in sé, è la presa di posizione netta della Corte Ue a fare notizia. Tanto più che arriva a pochi giorni dall’ormai dato per scontato o quasi varo del primo quantitative easing della Vecchia Europa e atteso per giovedì 22 gennaio. L’ennesimo scioglilingua che in italiano significa “alleggerimento quantitativo” (in pratica in inglese o forse in arabo si capisce meglio!), consiste nella stampa ex novo di soldi, tanti soldi, e nella loro iniezione, con operazioni di mercato aperto, nel sistema economico e finanziario.Le cifre trapelate oscillano tra 500 e mille miliardi, forse più! Come? Attraverso l’acquisto a bomba di titoli di stato. Resta da capire quali icriteri per la scelta dei titoli. Le opzioni sul tavolo sono diverse anche se quella dei rating forse è la più semplice (e potrebbe essere digerita persino dai falchi tedeschi e olandesi). In pratica la Bce potrebbe comprare solo i titoli AAA o al più scendere fino a BBB- ma comunque restando nell’area “investment grade”. Con l’effetto non secondario di tagliare fuori la Grecia (le cui elezioni in programma il 25 gennaio con la probabile vittoria del blocco anti-euro di Tsipras & co potrebbero avere non poche ripercussioni su tutti noi).La scommessa dello shopping compulsivo sta nel presumere che chi possiede ora i titoli top li venderà perché non renderanno più nulla per riposizionarsi su asset più rischiosi. Funzionerà? Chissà. Quel che è certo è che si tratta forse dell’ultima cartuccia possibile per ridare fiato al continente ed evitare lo spettro della deflazione.


La Svizzera e i giochi sul franco Vediamo se riusciamo a spiegare a un fanciullino (a molti grandicelli che fanno finta di sapere tutto) cosa diavolo ha combinato Thomas Jordan

Il franco svizzero è sempre stato considerato una cosa seria e, al pari dell'oro, una sorta di bene rifugio. Me lo tengo in cassaforte perché so che non fa scherzi. E così è sempre stato. Quando nella terribile estate del 2011 mezza Europa, compresa l'Italia, stava crollando perché si temeva la fine della moneta unica, tutti si misero a comprare franchi svizzeri. Più li compravano e più aumentava il valore degli stessi. D'altronde, in giro per il mondo di franchi non ce ne sono poi così tanti. Ogni giorno si scambiano 5mila miliardi di dollari (ci vogliono solo tre giorni, dunque, per scambiare valute pari al totale della ricchezza mondiale prodotta in un anno intero). Solo il 5% di questi scambi è fatto in franchi svizzeri, la gran parte è in dollari, segue l'euro. Insomma, il franco è una frazione ridotta del tutto, ma pur sempre una frazione proporzionalmente superiore al valore dell'economia rosso-crociata (che rappresenta il 40% di quella italiana) e alla popolazione alpina, che in fondo è un granello fatto da 8 milioni di persone rispetto ai miliardi che abitano il pianeta. Dunque, questo franco è tosto, ma pur sempre una bazzecola. Ritorniamo a quell'estate di fuoco e all'interesse degli investitori per il franco. Esso si stava apprezzando un bel po', era sceso sotto la parità con l'euro. Solo cinque anni prima (ante crisi Lehman) era a quota 1,50 per euro. Jordan e colleghi, spinti dalla Confindustria locale e da certi settori della finanza, cercarono di costruire una diga artificiale a questo continuo apprezzamento della loro valuta e decisero di mettere una soglia a 1,20 sull'euro. Per farlo, in questi anni hanno speso un botto di franchi: più di 450 miliardi. Il gioco era relativamente semplice: prendo le riserve in franchi e le vendo per comprare titoli denominati in euro (principalmente Bund e Oat francesi, che non dovrebbero correre rischi di default). In effetti il franco si è sostenuto su quella soglia.
I turisti hanno continuato ad andare a Gstaad, i ballerini a prendersi un drink al Dracula e noi a comprarci gli Swatch. E, come derivata, la Banca nazionale svizzera ha contribuito ad abbassare i rendimenti e ad alzare i prezzi dei titoli di Stato europei: Germania e Francia ringraziano. Tutto perfetto. La tempesta del 2011 si è risolta. Il franco è a cuccia. Tanto che quasi un mese fa, il nostro eroe Jordan ammette in tv che avrebbe difeso la soglia di 1,20 «con la massima determinazione». Arriviamo così a questa settimana. Mercati aperti (dettaglio non di poco conto), metà mattina. La Banca nazionale svizzera dichiara di non comprare più euro. Pateticamente (è come curare un tumore con i fiori di Bach) dice anche che gli interessi diventano negativi: insomma, chi presta quattrini alla Svizzera deve pagare. Boom. Nel giro di pochi secondi il cambio con l'euro crolla del 30%. Non era mai successo. Alcune finanziarie saltano. Un paio di banche (Barclays e Deutsche) perdono centinaia di milioni. Svariati fondi soffriranno, quelli che avevano creduto alle parole di Jordan. Qualche grosso privato farà causa alla propria banca che non è stata in grado di liquidare in tempo le posizioni aperte. Cosa è successo tra la dichiarazione di Jordan e l'abbandono di quota 1,20? Semplice: gli Svizzeri hanno capito che Mario Draghi e la Bce avrebbero fatto sul serio. Dopo la recente sentenza europea che ha stabilito che la Banca di Francoforte potrà comprare titoli di Stato a piacimento, lo spettro (per gli svizzeri) del quantitative easing è reale. È uno spettro per un motivo banale. L'euro si indebolirà ulteriormente e con esso le valute che hanno deciso di legare le proprie sorti alla moneta unica (il franco che veniva protetto a quota 1,20). Dunque, le autorità monetarie elvetiche avevano due alternative: continuare ad andare a braccetto con l'euro, procedendo a ulteriori massicci acquisti, o mollare la presa. Hanno scelto la seconda strada.
E il motivo è banale, non facciamoci troppe favole: non hanno più munizioni per combattere la battaglia. Mettendola più semplicemente. Nessuno in Svizzera credeva a Draghi e in molti credevano a Jordan. Il primo ha fatto ciò che a tutti diceva (compro titoli di Stato) e il secondo ha dovuto smentirsi (non difendo più la mia moneta). D'altronde, se è vero che gran parte delle attività del bilancio della Banca nazionale svizzera sono denominate in euro, è vero che la recente svalutazione della nostra moneta costerà virtualmente alla Svizzera 60 miliardi di euro in perdite su cambi. Quante perdite potenziali avrebbe potuto ancora incamerare Zurigo? È come quel terribile gioco (si vede nei film) in cui due avversari corrono con l'auto a tutta velocità verso il burrone. Vince chi si ferma per ultima. La Svizzera si è fermata per prima. Ma semplicemente perché aveva finito la benzina. La morale è che in finanza conviene sentirsi mai dei fenomeni. Quando nel 2011 gli svizzeri hanno provato a calmierare il loro cambio, hanno avuto la presunzione di essere forti a sufficienza per riuscirci. Quante crisi economiche e finanziarie dobbiamo raccontare per capire e convincerci che le valute non si possono domare? Per di più, se quella valuta è nobile, ma piccolina. Le Banche centrali hanno un ruolo importante (finché non si smentiscono clamorosamente come nel caso svizzero) e la moneta conta nei processi economici.

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